Da Molè
Con Francesca.
Sul sentiero due segni dell'inciviltà: prima un viperotto con la testa schiacciata, poi su un gigantesco masso una scritta idiota, insusla: Tizia t.v.b. Tizia è un nome che non ricordo
Inciviltà è troppo. Imbecillità è bastante. Solo il maschio pirla scive sui muri frasi sentimentali.
sabato 28 settembre 2013
sabato 21 settembre 2013
Rifugio Gonella
Meteo Alpi
Sito del Rifugio con descrizione del sentiero
Descrizione accesso
Cartina accesso
Coordinate
45°49′09″N 6°49′56″E
Raggiungere il rifugio Gonella significa fare l'eperienza di un ambiente la cui grandiosità e asprezza ti atterrisce.
La relazione sul sito del rifugio recita:
"Dalla barra poco dopo La Visaille (1700 m) si prosegue sulla strada asfaltata (chiusa al traffico dal l992) per quasi 3 km, fino al ponticello allo sbocco del lago di Combal e a destra per stradina sterrata si giunge in breve a uno spiazzo con parcheggio e al bar Combal, 1970 m.
Questa conca erbosa è situata ai piedi della morena laterale destra del ghiacciaio del Miage; poco sopra, a 10 minuti, si trova il grazioso lago del Miage, a contatto con il ghiaccio."
Fin da subito, cioè ai laghi del Miage - che in realtà sono orrende pozze glaciali contenute in dirupate pareti di sfasciumi grigi - si presenta il problema di come trovare la traccia sul ghiacciaio.
"Si segue il sentiero (indicazioni) che si alza sul fianco della morena e ne raggiunge la cresta.
Il centro del ghiacciaio si può raggiungere già da qui, oppure più avanti, dal termine della morena (qualche lieve crepaccio)."
Io non so se la mancanza di segnalazioni evidenti - quanto meno a noi - sia una strategia commerciale per mantenere un aura avventurosa alla scalata, di sicuro chi è abituato a raggiungere rifugi trovando segnalazioni "chiare" non faccia questa gita, che in condizioni di cattivo tempo e sacrsa visibilità e dato il terreno penso possa trasformarsi iu un incubo.
I Laghi del Miage sono facilmente raggiungibili.
Da qui è il concetto di sentiero a diventare discutibile: sicuramente occorre raggiungere la cresta della morena - siamo sulla destra orografica del ghiaccio - e altrettanto sicuramente conviene raggiungere il centro del ghiacciao.
Il centro del ghiaccio si prensenta come una pietraia.
Su questa pietraia, all'inizio troviamo alcuni rari bolli gialli. Seguire questi bolli gialli ti fa stare al centro della pietraia su un percorso molto accidentato.
A nostro parere, perchè lo abbiamo fatto in discesa, è meglio seguire tracce di sentiero indicate da ometti che si trovano alla sinistra, guardando l'inizio del ghiacciaio - destra orografica- del centro del ghiacciaio.
Come ho detto, questi ometti percorrono il lato sinistro del centro del ghiacciao, evitando da un lato la zona crepacciata e dall'altro il fastidioso sali e scendi che si percorrerebbe al centro.
All'inizio la pietraia è molto accidentata, poi, per quanto non ci sia mai qualcosa di simile ad un sentiero, il percorso diventa un poco più agevole per via del fatto che le pietre sono più piccole.
"Si percorre circa nel mezzo tutto il lungo ghiacciaio coperto di pietrame, superando in ultimo gli sbocchi dei due ghiacciai che scendono da destra (il ghiacciaio del M. Bianco e quello del Dôme) e del canalone a sinistra, sotto I' Aig. de Trelatete. "
Informazione puramente decorativa
"Quasi ai piedi del contrafforte roccioso delle Aiguilles Grises (sul quale, in alto, si vede il rifugio), si effettua un largo giro a sinistra per evitare una zona di crepacci portandosi poi a destra, per lasciare il ghiacciaio a 2650 m (ore 2,00; ore 2,45-3,00 dalla barra)".
Un sentierino in parte attrezzato attraversa verso destra sulle terrazze erbose e detritiche note come Chaux de Fesse. Si attraversa a destra anche un nevaio per prendere lo sperone sul quale, superate alcune roccette (corde fisse), si arriva al rifugio (ore 1.30; ore 4.30 dalla barra)
Sito del Rifugio con descrizione del sentiero
Descrizione accesso
Cartina accesso
Coordinate
Raggiungere il rifugio Gonella significa fare l'eperienza di un ambiente la cui grandiosità e asprezza ti atterrisce.
La relazione sul sito del rifugio recita:
"Dalla barra poco dopo La Visaille (1700 m) si prosegue sulla strada asfaltata (chiusa al traffico dal l992) per quasi 3 km, fino al ponticello allo sbocco del lago di Combal e a destra per stradina sterrata si giunge in breve a uno spiazzo con parcheggio e al bar Combal, 1970 m.
Questa conca erbosa è situata ai piedi della morena laterale destra del ghiacciaio del Miage; poco sopra, a 10 minuti, si trova il grazioso lago del Miage, a contatto con il ghiaccio."
Fin da subito, cioè ai laghi del Miage - che in realtà sono orrende pozze glaciali contenute in dirupate pareti di sfasciumi grigi - si presenta il problema di come trovare la traccia sul ghiacciaio.
"Si segue il sentiero (indicazioni) che si alza sul fianco della morena e ne raggiunge la cresta.
Il centro del ghiacciaio si può raggiungere già da qui, oppure più avanti, dal termine della morena (qualche lieve crepaccio)."
Io non so se la mancanza di segnalazioni evidenti - quanto meno a noi - sia una strategia commerciale per mantenere un aura avventurosa alla scalata, di sicuro chi è abituato a raggiungere rifugi trovando segnalazioni "chiare" non faccia questa gita, che in condizioni di cattivo tempo e sacrsa visibilità e dato il terreno penso possa trasformarsi iu un incubo.
I Laghi del Miage sono facilmente raggiungibili.
Da qui è il concetto di sentiero a diventare discutibile: sicuramente occorre raggiungere la cresta della morena - siamo sulla destra orografica del ghiaccio - e altrettanto sicuramente conviene raggiungere il centro del ghiacciao.
Il centro del ghiaccio si prensenta come una pietraia.
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| Prcorso di accesso al ghiacciaio |
A nostro parere, perchè lo abbiamo fatto in discesa, è meglio seguire tracce di sentiero indicate da ometti che si trovano alla sinistra, guardando l'inizio del ghiacciaio - destra orografica- del centro del ghiacciaio.
Come ho detto, questi ometti percorrono il lato sinistro del centro del ghiacciao, evitando da un lato la zona crepacciata e dall'altro il fastidioso sali e scendi che si percorrerebbe al centro.
"Si percorre circa nel mezzo tutto il lungo ghiacciaio coperto di pietrame, superando in ultimo gli sbocchi dei due ghiacciai che scendono da destra (il ghiacciaio del M. Bianco e quello del Dôme) e del canalone a sinistra, sotto I' Aig. de Trelatete. "
Informazione puramente decorativa
"Quasi ai piedi del contrafforte roccioso delle Aiguilles Grises (sul quale, in alto, si vede il rifugio), si effettua un largo giro a sinistra per evitare una zona di crepacci portandosi poi a destra, per lasciare il ghiacciaio a 2650 m (ore 2,00; ore 2,45-3,00 dalla barra)".
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| Crepacci da evitare e tra i quali si transita |
Un sentierino in parte attrezzato attraversa verso destra sulle terrazze erbose e detritiche note come Chaux de Fesse. Si attraversa a destra anche un nevaio per prendere lo sperone sul quale, superate alcune roccette (corde fisse), si arriva al rifugio (ore 1.30; ore 4.30 dalla barra)
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| Immagini tratte dalle mappe del geoportale |
sabato 14 settembre 2013
Monviso (3.841 m) Cresta Est
Sito del rifugio Sella
Meteo Monviso 3bMeteo
Sito info Guide del Monviso
Utile per i commenti delle ultime salite il sito Gulliver
web cam rifugio sella
Meteo Monviso 3bMeteo
Sito info Guide del Monviso
Utile per i commenti delle ultime salite il sito Gulliver
web cam rifugio sella
Attenzione: E' vivamente sconsigliato percorrere a causa della sua pericolosità quella che viene indicata come via di fuga con il nome "via della lepre". Tale indicazione è scritta su un cartello al rifugio.
Ultimi sulla vetta
In questa giornata,
memorabile dalla A di andiamo alla Z di ultimi sulla vetta, la montagna è stata
ancora una volta lo scenario inerte di una avventura del corpo e dello spirito.
La notte, dormita incastrato
nello spiovente del tetto del rifugio, non è stata amichevole.
Nel dormiveglia dell’ansia che precede ogni salita, quando la montagna è un peso che ti opprime l’anima e ti toglie il fiato, mi svegliavo pensando: "domani dico che non me la sento"; dopo la seconda o la terza "sveglia", oltre al pensiero maligno, almeno godevo del poco "dormi" che avevo fatto nel frattempo.
Nel dormiveglia dell’ansia che precede ogni salita, quando la montagna è un peso che ti opprime l’anima e ti toglie il fiato, mi svegliavo pensando: "domani dico che non me la sento"; dopo la seconda o la terza "sveglia", oltre al pensiero maligno, almeno godevo del poco "dormi" che avevo fatto nel frattempo.
4.30 sveglia, colazione
5.15 partenza dal rifugio:
ho patito i forfait dell’ultimissimo minuto per dare forfait: sono certo che
l’azione fugherà ogni fantasma.
So che almeno una cordata
farà la via e così li tengo d‘occhio, così almeno non sbagliamo l'attacco.Non so com'è per gli altri, ma a me le ansie prendono il numero al bancone: adesso serviamo la "Dove sarà l'attacco della via". Si, perchè l'alpinismo è un continuo smarrimento, un perdersi per poi ritrovarsi, insomma un perenne viaggio nell'ignoto: a cominciare dalle cose più evidenti, banali, facili.
Hai voglia a documentarti: lo spazio tra la descrizione e la sua reale comprensione, per quanto possa essere esiguo, è sempre riempito dal vuoto che l'azione deve colmare: e l'azione, nella forma della scelta della decisione è invenzione della realtà.
Seguiamo un terzetto composto da una guida alpina francese con due clienti che pare uscito dalla pubblicità di un multivitaminico per la terza età; del resto neanche noi su questo terreno scherziamo molto, ma per modestia non mi dilungo.
Hai voglia a documentarti: lo spazio tra la descrizione e la sua reale comprensione, per quanto possa essere esiguo, è sempre riempito dal vuoto che l'azione deve colmare: e l'azione, nella forma della scelta della decisione è invenzione della realtà.
Seguiamo un terzetto composto da una guida alpina francese con due clienti che pare uscito dalla pubblicità di un multivitaminico per la terza età; del resto neanche noi su questo terreno scherziamo molto, ma per modestia non mi dilungo.
Da qui in poi gli orari da
segnalare sono solo due: ore 16 circa in vetta, ore 23.45 rientro al rifugio.
Di seguito, in ordine sparso
quello che è successo in queste quanto mai lungh ma brevissime ore.
Alla luce delle frontali
seguiamo il terzetto francese sul ripido conoide che porta all’attacco della
via. Poco alla volta vediamo altre frontali spuntare e venire verso di noi. Fin
da subito i francesi vanno di buon passo, infatti, appena superato il nevaio, che la guida scalina con la picozza (non fidarsi mai di quelli che dicono picca e ramponi inutili: in questo caso erano utilissimi) fuggono verso la cima.
Grazie alle loro tracce
superiamo la lingua di neve, prima di noi una cordata, poi altre e singoli che ci supereranno a loro volta e mi aiuteranno più in alto a individuare la linea di salita.
Il socio fiatona io non
canticchio.
Le pietre che facciamo
cadere sono incidenti, quelle che ci cadono addosso disattenzioni da
rimproverare: capiterà lungo la via, soprattutto nel canale di sfasciumi dopo
il torrione di Saint Robert, torrione che noi non saliamo.
La via in generale è
pochissimo segnalata. Diciamo che si sale al meglio seguendo due direttrici:
inizialmente il torrione di San Robert, e dopo questo la vetta.
Raramente, qualche ometto è
di conforto, soprattutto quando non vedendo l’ora di arrivare in cima almeno
sai che non stai sbagliando strada.
Per rimanere nei tempi
indicati la via va salita la più parte slegati oppure di conserva: le
difficoltà sono contenute e non continue.
Noi a causa della stanchezza
non abbiamo voluto correre rischi e l’abbiamo salita a tiri: troppi ne senti
che andando di conserva sono caduti tutti e due.
Ad un certo punto il socio
pensa che sarebbe bene prendere la via della lepre:uscire sulla normale e
scendere. Lo propone, io che ricordo la relazione - che ne sconsiglia l'uso - tra me e me tergiverso.
Quando arriviamo al chiodo che ne segnala l’inizio gus ripropone l'opzione e io vado: si prosegue a sinistra in un traverso sempre più esposto: faccio sosta su un filo di ferro con un maillon, però non vedo altre protezioni, ne vicine ne lontane e tutto pare un casino e decidiamo di tornare indietro, cioè di andare in cima.
Quando arriviamo al chiodo che ne segnala l’inizio gus ripropone l'opzione e io vado: si prosegue a sinistra in un traverso sempre più esposto: faccio sosta su un filo di ferro con un maillon, però non vedo altre protezioni, ne vicine ne lontane e tutto pare un casino e decidiamo di tornare indietro, cioè di andare in cima.
Ad un certo punto sento
delle voci: penso sia un’altra cordata, invece provengono dal pian della regina
che c’è una manifestazione.
Continuiamo a salire, sembra
il tragitto più facile.
L’altimetro è inchiodato,
sono sempre 3600 metri di quota. 3620. 3640. Anche gus sente delle voci che
provengono dalla cima: in verità è il rumore delle corde quando le recupero.
Procedere a tiri è eterno,
ci metti il doppio solo a salire, più i tempi di fare la sosta, recuperare la
corda, recuperare il socio, passare la corda. “Gian, mancano dieci metri” e gus
che mi dice che è ora di cercare una sosta. Quando recupero la corda il lascomi pare sempre di almeno 20 metri: non dico nulla perchè come fai a misurare una corda arrotolata per terra?
Per fortuna non mancano spuntoni e fessure. Nut e friend e vai.
Per fortuna non mancano spuntoni e fessure. Nut e friend e vai.
Arriviamo in cima: non c’è
nessuno.
Sono le 4 del pomeriggio il tempo è meraviglioso.
Da ore siamo soli sulla montagna. Solo il rumore del volo degli uccelli ci fa compagnia e il loro verso.
Sono le 4 del pomeriggio il tempo è meraviglioso.
Da ore siamo soli sulla montagna. Solo il rumore del volo degli uccelli ci fa compagnia e il loro verso.
Dalla cima la discesa è
molto ben segnalata, ma in un attimo è notte.
È tardi quando arriva l’ora
che le mogli aspettano una telefonata.
Già mi ero tenuto largo, ma abbiamo sforato tutto lo sforabile: se va bene mancano almeno ancora 4 ore al rifugio. Dal bivacco Andreotti scendiamo veloci sulla pietraia: il ricordo della strada fatta l’anno scorso mi aiuta a trovare il sentiero per il colle delle Sagnette. Una volta arrivati li siamo veramente fuori dalle difficoltà. Ma se sbagli sentiero poi sei nel difficile, risalire il colle dritto per dritto di notte mi fantastico che sia impossibile.
Già mi ero tenuto largo, ma abbiamo sforato tutto lo sforabile: se va bene mancano almeno ancora 4 ore al rifugio. Dal bivacco Andreotti scendiamo veloci sulla pietraia: il ricordo della strada fatta l’anno scorso mi aiuta a trovare il sentiero per il colle delle Sagnette. Una volta arrivati li siamo veramente fuori dalle difficoltà. Ma se sbagli sentiero poi sei nel difficile, risalire il colle dritto per dritto di notte mi fantastico che sia impossibile.
Con le frontali ci muoviamo
di ometto in ometto finchè non troviamo una traccia di sentiero, traccia che
poi si perde.
A questo punto a mollare sono io. Mi vedo nella mente la parola Magnesite, si così, scritta con la maiuscola e mi chiedo cosa significa: ci devo pensare un attimo per ricordarne il significato.
A questo punto a mollare sono io. Mi vedo nella mente la parola Magnesite, si così, scritta con la maiuscola e mi chiedo cosa significa: ci devo pensare un attimo per ricordarne il significato.
La stanchezza mi ha ghermito la mente. Prima propongo di raggiungere il
bivacco delle Forcioline, di li possiamo chiamare il 118 che avvisino a casa e
al rifugio. Gustavo sostiene che raggiungerlo è peggio che cercare il colle.
Continuiamo. Poi propongo di bivaccare dove siamo. Gustavo insiste dice che ci congeliamo, cerca gli
ometti, li trova, li seguiamo ed ad un tratto siamo al colle.
Mi sento più leggero. Le
gambe sono di legno, la gola è riarsa, ma ormai dobbiamo solo più scendere.
Alle 21.30 arriva un segnale
sul telefono di gustavo: prende. Telefoniamo a casa, da casa telefonano al
rifugio. Tutti sono avvisati: pace.
Nella notte all’ombra del
Monviso ci quietiamo e scendiamo a cuor leggero. Quando il sentiero non finisce
mai, il tarlo di averlo sbagliato comincia a lavorare: dovevamo andare dritti
dice uno, se è così dovevi dirlo subito dice l’altro. Per fortuna entrambi
sappiamo che non siamo noi a parlare ma il demone della stanchezza. Ormai dove
siamo siamo e l’unica cosa che dobbiamo fare e camminare tra incertezze che
sbucano dalla notte che ci circonda.
Comunque l’idea di aver sbagliato sentiero ci accompagna per tutta la strada anche quando le luci del rifugio sono davanti a noi in cima all’aultima fatica.
Comunque l’idea di aver sbagliato sentiero ci accompagna per tutta la strada anche quando le luci del rifugio sono davanti a noi in cima all’aultima fatica.
Arriviamo
e ci aspetta una signora gentile che ci da un thè caldo che a stento buttiamo
giù. A mezza notte siamo a dormire.
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| Web cam del rifugio ore9.40 del 12/09/2013 |
| Dal sito Gulliver |
sabato 27 luglio 2013
Punta Parrot 4436
La cresta della Parrot prima della cima nella traversata da ovest ad est, cioè dal col del Lys al colle Sesia.
La salita effettuata il giorno 27 luglio 2013
Abbiamo deciso di fare la traversata della Parrot per godere completamente del percorso di cresta, per provare il brivido in vista di eventuali altre creste più ingaggiose.
Per questa ragione siamo saliti per la via sulla carta più difficile, dal col del Lys, e siamo scesi per la via sulla carta più facile, verso il colle Sesia; questo perchè salire è più fcile che scendere.
Nel video il tratto di cresta che precede la vetta.
Per chi non ha esperienza di creste questa, per quanto non difficile, anzi forse facile, è comunque emozionante.
Per chi volesse un consiglio posso dire che:
Risorse a disposizione in rete:
Meteo Svizzero
La salita effettuata il giorno 27 luglio 2013
Abbiamo deciso di fare la traversata della Parrot per godere completamente del percorso di cresta, per provare il brivido in vista di eventuali altre creste più ingaggiose.
Per questa ragione siamo saliti per la via sulla carta più difficile, dal col del Lys, e siamo scesi per la via sulla carta più facile, verso il colle Sesia; questo perchè salire è più fcile che scendere.
Nel video il tratto di cresta che precede la vetta.
Per chi non ha esperienza di creste questa, per quanto non difficile, anzi forse facile, è comunque emozionante.
Per chi volesse un consiglio posso dire che:
- se vi interessa solo salire la Parrot e arrivare in cima fate la via dal colle sesia: dovo aver raggiunto la cresta in un attimo siete in cima
- se volete fare la traversata risparmiando energie fate la via dal colle sesia, che dopo siete sempre in discesa, altrimenti vi tocca risalire. - in entrambi i casi si perde quota, ma risalire prima è meglio che risalire dopo
- la traversata non aggiunge niente alla salita, anzi è solo fatica aggiunta.A meno che non vogliate continuare per la punta Gnifetti.
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| Scollinando dalla parete alla cresta dopo il tratto più ripido. |
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| Io prima di scendere il tratto più ripido |
| Immagine Tratta da Wikipedia |
Risorse a disposizione in rete:
Meteo Svizzero
Siccome la montagna si presenta come una lunga ed
affilata cresta disposta in direzione ovest-est è possibile salirla
partendo da ovest dal Colle del Lys oppure da est dal
Colle Sesia 4.299 m, colle che la separa dalla vicina Punta Gnifetti.
Dal Col del Lys si piega a destra nella conca che porta al colle
delle Piode.
Si sale a sinistra il ripido pendio e si raggiunge la
cresta.
Si segue la cresta stretta fino alla cima.
Circa 1 ora.
Difficoltà PD+.
Dal Colle Sesia: a 100 m da questo
si obliqua a destra salendo per un tratto ripido lasciando sulla sinistra un affioramento roccioso, fino a
guadagnare la cresta nord-est. Lungo la cresta, piuttosto stretta ed
esposta, si giunge in vetta.
1 ora e ½ .
Difficoltà PD-.
Primo tentativo del 5 luglio
Ieri ho tentato la Parrot da Punta Indren 3260 arrivo della funivia.
Sono scoppiato al colle del Lys 4248. In verità sino ai 3900 sono salito tranquillo, dopo ho pagato la mancanza di allenamento in quota. Dopo i 4000 mi ha preso un senso di spossatezza che si è aggravato fino al punto di convincermi a scendere.
E anche la discesa, che di solito anche quando arrivi stanco in cima poi tutto sommato scorre, è stata un incubo. Spianato dalla quota.
| Dal sito |
Primo tentativo del 5 luglio
Ieri ho tentato la Parrot da Punta Indren 3260 arrivo della funivia.
Sono scoppiato al colle del Lys 4248. In verità sino ai 3900 sono salito tranquillo, dopo ho pagato la mancanza di allenamento in quota. Dopo i 4000 mi ha preso un senso di spossatezza che si è aggravato fino al punto di convincermi a scendere.
E anche la discesa, che di solito anche quando arrivi stanco in cima poi tutto sommato scorre, è stata un incubo. Spianato dalla quota.
mercoledì 24 luglio 2013
Punta Udine mt 3020 Cresta Est
Per l'ennesima volta su questa montagna e su questa via.
Purtroppo sordi tuoni all'orizzonte ci hanno fatto correre, così, più che una bella gita alpinistica nel cuore di una montagna, è stata una corsa ad uscire alla veloce.
Arrivati al termine dell'ottava lunghezza, visto il maltempo incombente, ho valutato l'opzione via di fuga per la traversata degli angeli: purtroppo mi ricordavo solo che esisteva la possibilità, ma non come la via di fuga si articolava. Per fortuna non l'ho fatto, perchè parlandocon il gestore del rifugio mi ha detto che trattasi di percorso pochissimo frequentato, non tracciato o intracciabile e quindi da utlizzarsi solo in casi di vera necessità.
Per fortuna il temporale ci ha raggiunti in cima: addio all'agognato panino al salame e giù di corsa mitragliati dalla grandine.
La via non ha nulla di moderno se non gli spit e le soste, cosa che non toglie nulla al suo sapore. Volendo essere alla moda - Trad - la si potrebbe proteggere tutta, ma va al gusto di chi la sale.
Non è giudicabile in termini di continuità o discontinuità.
La via è un viaggio nella montagna, valutato Abbastanza Difficile +.
Ci sono passi di arrampicata di quello che un tempo si chiamava 4+
Se si vuole "arrampicare" si vadano a fare altre vie.
Con mio figlio Giuliano
Relazione sul sito del rifugio Giacoletti
Purtroppo sordi tuoni all'orizzonte ci hanno fatto correre, così, più che una bella gita alpinistica nel cuore di una montagna, è stata una corsa ad uscire alla veloce.
Arrivati al termine dell'ottava lunghezza, visto il maltempo incombente, ho valutato l'opzione via di fuga per la traversata degli angeli: purtroppo mi ricordavo solo che esisteva la possibilità, ma non come la via di fuga si articolava. Per fortuna non l'ho fatto, perchè parlandocon il gestore del rifugio mi ha detto che trattasi di percorso pochissimo frequentato, non tracciato o intracciabile e quindi da utlizzarsi solo in casi di vera necessità.
Per fortuna il temporale ci ha raggiunti in cima: addio all'agognato panino al salame e giù di corsa mitragliati dalla grandine.
La via non ha nulla di moderno se non gli spit e le soste, cosa che non toglie nulla al suo sapore. Volendo essere alla moda - Trad - la si potrebbe proteggere tutta, ma va al gusto di chi la sale.
Non è giudicabile in termini di continuità o discontinuità.
La via è un viaggio nella montagna, valutato Abbastanza Difficile +.
Ci sono passi di arrampicata di quello che un tempo si chiamava 4+
Se si vuole "arrampicare" si vadano a fare altre vie.
Con mio figlio Giuliano
Relazione sul sito del rifugio Giacoletti
sabato 20 luglio 2013
Punta Udine 3022 Via Raffi Rattazzini
Relazione su Gulliver
Relazione sul sito del rifugio Giacoletti
Secondo me la relazione su Gulliver è molto più realistica per quello che riguarda le difficoltà di quella che si trova sul sito del rifugio.
Quest'ultima più utile per le indicazioni relative alle possibilità di fuga in caso di maltempo.
I primi 4 tiri della via, il terzo e il quarto sono tranquillissimamente concatenabili perchè il quarto è molto corto, sono spittati in modo che l'obbligatorio non superi mai il 5a.
Altro discorso quando la via si congiunge con la via Tempi moderni Di Michelin, dove gli spit si rarefanno un poco.
Qui sotto la foto del passo duro del primo tiro:
Adrenalinica l'uscita del breve traverso del secondo tiro, forse il passo più emozionanate di tutta la via.
Da capire la partenza del terzo tiro, per il resto il diedro è un muro su piedistalli e ronchie.
Con Gianfranco e Carlo
Relazione sul sito del rifugio Giacoletti
Secondo me la relazione su Gulliver è molto più realistica per quello che riguarda le difficoltà di quella che si trova sul sito del rifugio.
Quest'ultima più utile per le indicazioni relative alle possibilità di fuga in caso di maltempo.
I primi 4 tiri della via, il terzo e il quarto sono tranquillissimamente concatenabili perchè il quarto è molto corto, sono spittati in modo che l'obbligatorio non superi mai il 5a.
Altro discorso quando la via si congiunge con la via Tempi moderni Di Michelin, dove gli spit si rarefanno un poco.
Qui sotto la foto del passo duro del primo tiro:
Adrenalinica l'uscita del breve traverso del secondo tiro, forse il passo più emozionanate di tutta la via.
Da capire la partenza del terzo tiro, per il resto il diedro è un muro su piedistalli e ronchie.
Con Gianfranco e Carlo
martedì 16 luglio 2013
Dom de Neige (4015)
La quota non è tutto.
Chissà perchè i 4015 del Dom mi incutevano meno soggezione degli oltre 4500 della punta Gnifetti.
Poi, leggendo le relazioni in rete pare che anche la cumpa del muretto possa arrivare in cima senza problemi. Vatti a fidare.
Certo, tutto è relativo, però il Dom rimane un bel culo, cioè una salita faticosa.
Sarà che quando sei sceso te la sei dimenticata, ma mentre la fai la senti.
Quando si legge 3.30 dal rifugio, che prima devi scendere dal rifugio al ghiacciaio -100 mt circa - e poi risalire di circa 900 mt, si legge di un tempo che ti fermi solo a prendere fiato.
Chissà perchè i 4015 del Dom mi incutevano meno soggezione degli oltre 4500 della punta Gnifetti.
Poi, leggendo le relazioni in rete pare che anche la cumpa del muretto possa arrivare in cima senza problemi. Vatti a fidare.
Certo, tutto è relativo, però il Dom rimane un bel culo, cioè una salita faticosa.
Sarà che quando sei sceso te la sei dimenticata, ma mentre la fai la senti.
Quando si legge 3.30 dal rifugio, che prima devi scendere dal rifugio al ghiacciaio -100 mt circa - e poi risalire di circa 900 mt, si legge di un tempo che ti fermi solo a prendere fiato.
| La Barre des Écrins al centro; a destra innvevato il Dôme de neige des Écrins e a sinistra la Barre Noire visti dal Glacier Blanc. |
venerdì 12 luglio 2013
Vallone di Sea: via "Sorgente primaverile"
Descrizione itinerario:
1° tiro:6a+ muretto,tettino,poi diedro e uscita a destra
2° tiro:V traverso a destra su cengia,muretto,poi diedro
3° tiro:V traversino a sinistra su blocchi instabili,poi direttamente per diedro
4° tiro:V dulfer su placca appoggiata,poi lama,strapiombino e terrazza
5° tiro:III+ facile diedrino,poi muro su roccia articolata
Se vogliamo dire di aver fatto un 6a+ ok, c'è scritto sulla relazione e allora lo abbiamo fatto. Se vogliamo attenerci al dato, 6a è più che sufficiente; ma il passo è fisiologico: se sei alto arrivi a prendere una bella maniglia con la destra che ti permette di uscire facilmente puntando in aderenza il piede sinistro sul diedrino, e poi a seguire 5c max fino alla sosta.
Il passo chiave della via a metà del primo tiro, poi tutto scorre in una scalata divertente sui gradi segnalati.
Ma il vero "intrigo" di questa vietta è la mancanza di spit, ovvero il fatto di dover piazzare la protezioni.
Una scalata Trad.
Salendo questa via ho definitivamente capito che a me del trad non importa proprio nulla.
Per amare il trad bisogna amare il bricolage, bisogna amare il fai da te.
Come in casa hai una poderosa scatola degli attrezzi dotata di tutti cacciaviti pinze tenaglie chiavi etc etc, utili a sistemare ogni piccolo incidente domestico, così all'imbrago hai mille ammenicoli buoni per tutte le fessure.
La via in verità ha in due punti topici, diciamo prima dei passi più difficili o imbarazzanti, dei bei chiodi. Sul primo tiro un paio di frend incastrati e un paio di chiodi aiutano.
Domandina ai puristi: perchè non avete tolto pure i chiodi?
Io preferisco una via spittata bene, anche lunga sull'obbligatorio, dove posso trovare il mio ingaggio, piuttosto che un viaggio su un grado sicuro, dove ogni due metri max piazzo una o due protezioni - perchè i frend tengono si, ma chissà se quello che ho messo io tiene?
Discesa:
Soste attrezzate a spit con catena e maillon di calata.
Si scende con 3 doppie sulla via "occhio di Sauron" appena a destra destra.
La prima fino alla grossa cengia della S.4,poi si arriva alla S.2 e da qui a terra.
Utili corde da 60 m.
Soste attrezzate a spit con catena e maillon di calata.
Si scende con 3 doppie sulla via "occhio di Sauron" appena a destra destra.
La prima fino alla grossa cengia della S.4,poi si arriva alla S.2 e da qui a terra.
Utili corde da 60 m.
| Dal sito Pane e Pera |
lunedì 8 luglio 2013
Punta Udine 3020 Normale dal canale del Porco
Punta Udine è una montagna nel gruppo del Monviso.
E' alta 3020 mt, e la sua cima è raggiungibile per diverse vie.
L'ultima via che abbiamo percorso noi è la cosidetta normale, la via più facile e diretta per raggiungere la sua cima.
Punta Udine sovrasta il rifugio Giacoletti, che è la base dalla quale normalmente si parte per scalare le vie di roccia che salgono la parete.
Partendo dal rifugio, la normale si insinua nel coulour del Porco, lo risale sfruttando un sistema di facili cenge e impegnando per brevi tratti difficoltà alpinistiche sul grado II.
Oggi la risalita del couloir è facilitata e resa sicura - se percorsa con preparazione e attrezzatura adeguata - da una ferrata che lo percorre interamente.
Terminato il coulour si giunge ad un colletto che separa la punta Udine dalla punta Venezia: guardando in basso a destra si va sulla Udine, a sinistra sulla Venezia.
Il coulour del Porco - in rosso il tratto iniziale, in blu il tratto attrezzato - inizia circa a quota 2400 mt.
In estate normalmente è sgombro dalla neve e si presenta come un sentiero si ripido, ma non particolarmente impegantivo.
Noi lo abbiamo trovato innevato e abbiamo iniziato la nostra salita con picca e ramponi alla sua base.
I primi 200 metri salgono con una pendenza di max 30° , poi le pendenze si riducono e agevolmente si arriva al rifugio Giacoletti.
Dal Rifugio il canalone di impenna: qui sotto Gustavo nella strettoia con pendenza sui 35°
Poi il gioco si fa duro: e i duri cominciano a giocare: verso il culmine il coulour raggiunge una pendenza di circa 45°
Oggi alla base della cornice terminale una comoda cengia permetteva pose di esultanza.
E' alta 3020 mt, e la sua cima è raggiungibile per diverse vie.
L'ultima via che abbiamo percorso noi è la cosidetta normale, la via più facile e diretta per raggiungere la sua cima.
Punta Udine sovrasta il rifugio Giacoletti, che è la base dalla quale normalmente si parte per scalare le vie di roccia che salgono la parete.
Partendo dal rifugio, la normale si insinua nel coulour del Porco, lo risale sfruttando un sistema di facili cenge e impegnando per brevi tratti difficoltà alpinistiche sul grado II.
Oggi la risalita del couloir è facilitata e resa sicura - se percorsa con preparazione e attrezzatura adeguata - da una ferrata che lo percorre interamente.
Terminato il coulour si giunge ad un colletto che separa la punta Udine dalla punta Venezia: guardando in basso a destra si va sulla Udine, a sinistra sulla Venezia.
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| Il coulour delporco: in rosso la parte "pedalabile" in blu la parte ferrata; in verde la salita alla vetta dal colle. Nel cerchio il rifugio Giacoletti |
In estate normalmente è sgombro dalla neve e si presenta come un sentiero si ripido, ma non particolarmente impegantivo.
Noi lo abbiamo trovato innevato e abbiamo iniziato la nostra salita con picca e ramponi alla sua base.
I primi 200 metri salgono con una pendenza di max 30° , poi le pendenze si riducono e agevolmente si arriva al rifugio Giacoletti.
Dal Rifugio il canalone di impenna: qui sotto Gustavo nella strettoia con pendenza sui 35°
Poi il gioco si fa duro: e i duri cominciano a giocare: verso il culmine il coulour raggiunge una pendenza di circa 45°
Oggi alla base della cornice terminale una comoda cengia permetteva pose di esultanza.
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| Gioiosa esultanza |
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| Indolente baldanza |
giovedì 20 giugno 2013
Superga 670 mt : sentiero 29
Sentiero Nr. 29 - Dal Po a Superga
dal ponte del Bajno, confine Torino - San Mauro su c.so Casale (215 mt) a Superga (670 mt)
lungh. 3.4 Km - disl. 440 mt - tempo di percorrenza: 1h 35' - percorso di interesse storico e naturalistico, punti panoramici
Il sentiero è bello, ed è facilmente reperibile sulla destra poco prima di entrare in San Mauro.
Alterna tratti più ripidi a tratti quasi pianeggianti che permettono di ripigliarsi un attimo.
L'esposizione a nord e l'abbondante vegetazione che lo contorna ne permettono la percorrenza anche nelle giornate calde.
Quello nelle immagini è un percorso che segue il sentiero 29 in salita sino alla Basilica e poi ne segue altri in discesa, fino a riprendere il 29. Tutti i sentieri sono facilmente reperibili . La cartellonistica è abbondante.
Okkio ai bikers in discesa.
dal ponte del Bajno, confine Torino - San Mauro su c.so Casale (215 mt) a Superga (670 mt)
lungh. 3.4 Km - disl. 440 mt - tempo di percorrenza: 1h 35' - percorso di interesse storico e naturalistico, punti panoramici
Il sentiero è bello, ed è facilmente reperibile sulla destra poco prima di entrare in San Mauro.
Alterna tratti più ripidi a tratti quasi pianeggianti che permettono di ripigliarsi un attimo.
L'esposizione a nord e l'abbondante vegetazione che lo contorna ne permettono la percorrenza anche nelle giornate calde.
Quello nelle immagini è un percorso che segue il sentiero 29 in salita sino alla Basilica e poi ne segue altri in discesa, fino a riprendere il 29. Tutti i sentieri sono facilmente reperibili . La cartellonistica è abbondante.
Okkio ai bikers in discesa.
giovedì 13 giugno 2013
Marguareis: Canalone dei Genovesi
Coordinate
44°09′58″N 7°40′58″E
Relazione su Gulliver
Come sempre molto utile la relazione del sito Gambeinspalla
Interessante e descrittivo il sito Le Alpi Marittime e Liguri
Info Rifugio Garelli
Salita
Leggendo le relazioni pare che il pericolo oggettivo più grande della salita siano le pietre.
Io non so quale sia la predispozione d'animo solita di chi si appresta a questo genere di salite, per me ad oggi è angoscia mista a terrore che trascolora da un "ma chi me lo ha fatto fare" ad un sempre più pressante "ma quando siamo fuori".
Certo l'inesperienza gioca un pessimo scherzo.
Per me questo genere di salite è diviso in due: la prima fase è una sorta di limbo in cui salgo quasi senza speranza di arrivare de nessuna parte, testa bassa mutismo e rassegnazione; la seconda fase, quando si inzia a vedere l'uscita è un purgatorio, un cammino di espiazione verso una meta che vedo sempre più prossima.
Di per se la salita del canalone è quasi un banale esercizio di step estremo: se fai le cose come si deve, picca picca, passo passo all'infinito, e le condizioni della neve sono buone, dal pendio non ti scolla nessuno.
Però sulla tua testa aleggia quel "attenzione alle scariche di pietre", misto a racconti del terrore del rifugista.
Quando sei nel canalone capita che senti pietre, una o più, scendere dalle pareti che lo contornano.
Il rumore non è rassicurante, però, tenuto conto che lo percorri più o meno al centro, le pietre che cadono rimbalzando sulle pareti finiscono di solito sulla neve che essendo un poco molla le accoglie e sprofondano.
Le pietre pericolose sono quelle già cadute che scivolano sul pendio nevoso scaldato dal sole: queste non fanno rumore. Te le vedi passare accanto con una notevolissima non chalance. Perchè poi per evitarle in un canalone a 45 gradi non è che ti muovi con la velocità del fulmine
Comunque oggi è andata bene, quella che mi è passata accanto doveva essersi appena staccata perchè andava ancora piano ed era grossa come un piatto.
Discesa
La discesa dal canalone dei Torinesi anche li non è come ridere. Cioè, se uno fa goulotte sul Bianco fischiettando la marsigliese, si tuffa dalla partenza, fa un triplo carpiato cade spalle a monte e se la corre fino a sotto lo troverà banale.
Io ho preferito percorrere i primi metri faccia a monte, per poi continuare con occhio vigile e picche pronte per un bel pezzo fino a che l'inclinazione molla un poco e si può tranquillamente scendere camminando ben piantando i talloni.
Il canalone dei Torinesi è il primo che si incontra scendendo dalla cima. Quello che dalla cima si vede sullo sfondo è il canalone dei Savonesi, altra possibil elinea di discesa.
Ps
Da sotto il canalone mette una certa qual inquietudine.
Relazione su Gulliver
Come sempre molto utile la relazione del sito Gambeinspalla
Interessante e descrittivo il sito Le Alpi Marittime e Liguri
Info Rifugio Garelli
Salita
Leggendo le relazioni pare che il pericolo oggettivo più grande della salita siano le pietre.
Io non so quale sia la predispozione d'animo solita di chi si appresta a questo genere di salite, per me ad oggi è angoscia mista a terrore che trascolora da un "ma chi me lo ha fatto fare" ad un sempre più pressante "ma quando siamo fuori".
Certo l'inesperienza gioca un pessimo scherzo.
Per me questo genere di salite è diviso in due: la prima fase è una sorta di limbo in cui salgo quasi senza speranza di arrivare de nessuna parte, testa bassa mutismo e rassegnazione; la seconda fase, quando si inzia a vedere l'uscita è un purgatorio, un cammino di espiazione verso una meta che vedo sempre più prossima.
Di per se la salita del canalone è quasi un banale esercizio di step estremo: se fai le cose come si deve, picca picca, passo passo all'infinito, e le condizioni della neve sono buone, dal pendio non ti scolla nessuno.
Però sulla tua testa aleggia quel "attenzione alle scariche di pietre", misto a racconti del terrore del rifugista.
Quando sei nel canalone capita che senti pietre, una o più, scendere dalle pareti che lo contornano.
Il rumore non è rassicurante, però, tenuto conto che lo percorri più o meno al centro, le pietre che cadono rimbalzando sulle pareti finiscono di solito sulla neve che essendo un poco molla le accoglie e sprofondano.
Le pietre pericolose sono quelle già cadute che scivolano sul pendio nevoso scaldato dal sole: queste non fanno rumore. Te le vedi passare accanto con una notevolissima non chalance. Perchè poi per evitarle in un canalone a 45 gradi non è che ti muovi con la velocità del fulmine
Comunque oggi è andata bene, quella che mi è passata accanto doveva essersi appena staccata perchè andava ancora piano ed era grossa come un piatto.
Discesa
La discesa dal canalone dei Torinesi anche li non è come ridere. Cioè, se uno fa goulotte sul Bianco fischiettando la marsigliese, si tuffa dalla partenza, fa un triplo carpiato cade spalle a monte e se la corre fino a sotto lo troverà banale.
Io ho preferito percorrere i primi metri faccia a monte, per poi continuare con occhio vigile e picche pronte per un bel pezzo fino a che l'inclinazione molla un poco e si può tranquillamente scendere camminando ben piantando i talloni.
Il canalone dei Torinesi è il primo che si incontra scendendo dalla cima. Quello che dalla cima si vede sullo sfondo è il canalone dei Savonesi, altra possibil elinea di discesa.
Ps
Da sotto il canalone mette una certa qual inquietudine.
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